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Aree di intervento
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Aree di intervento
La preoccupazione, espressa attraverso il corpo, il comportamento e il pensiero è stata fin da sempre, adattiva ai fini dell’evoluzione della specie umana. La paura del pericolo, e la percezione del rischio ci hanno permesso di sopravvivere di fronte a fenomeni naturali avversi e accidentali; l’accettazione dell’imprevedibilità e dell’incertezza, e l’impossibilità di tenere tutto sotto controllo fanno parte della vita di tutti i giorni, come lo stress, la cui tolleranza ci permette di portare a casa successi e di superare le normali prove della vita.
L’ansia ha una natura sia relazionale, nel senso che si alimenta e si trasmette tra le persone all’interno di un determinato contesto, e dipende da una valutazione cognitiva individuale nel senso che è la persona, in basa alla propria lettura del problema, a mettere in campo le proprie risorse, più o meno efficaci, per fronteggiarlo. L’ansia deriva da problematiche esterne o interiori, le quali talvolta non sono di veloce risoluzione.
Dunque è direttamente proporzionale alla valutazione della gravità dello stressor, a prescindere se sia interno o esterno. L’autoefficacia personale è protettiva di un’ansia eccessiva e controproducente, la quale diventando paura, ci può paralizzare fino all’evitamento del problema. La valutazione se evitare un problema oppure scegliere di fronteggiarlo è pane quotidiano per una persona adulta e responsabile,che per la propria esperienza, diviene sempre più capace di destreggiarsi fra plurimi ruoli e compiti, di gerarchia e priorità diversa. Negli adolescenti o giovani adulti, la capacità di valutazione realistica delle conseguenze della propria azione non è così sviluppata, per questo, è sano una certa dose d’insuccessi, in quanto ci fanno ripensare alle proprie modalità operative, correggendole e migliorandole.
Nelle personalità nevrotiche, l’ansia tende a stabilizzarsi come eccessiva e limitante, al punto che quella persona si sottrae a situazioni innocue o al minimo rischio, e accetta di vivere a un livello e a una velocità più basse, rinunciando a una vita che potrebbe essere maggiormente appagante e soddisfacente.
L’attacco di panico è un’improvvisa ansia fulminante, che travolge la persona sul piano fisiologico, comportamentale, cognitivo ed emotivo e che scaturisce e comporta una forte angoscia, sentita dal soggetto come imprevedibile e incontrollabile e per certi aspetti, addirittura ingiustificata e scollegata, da situazioni apparentemente innocue e prive di rischi.
E’ un sintomo, presente nelle manifestazioni depressive e in quelle di natura ansioso- fobica, e che può cronicizzarsi, diventando un vero e proprio disturbo da attacchi di panico. Gli attacchi di panico si presentano in forti crisi esistenziali, o adolescenziali e di forte stress, che il soggetto può subire senza la consapevolezza del perché si sta male. Pertanto, lo psicologo aiuta la persona a contestualizzare il sintomo, ad attribuirne un senso, elaborandone cause ed implicazioni. Individuare le circostanze dell’esordio del primo attacco di panico è utile per chiarire quali sono stati i fattori insorgenti e scatenanti, per capire se sono un corollario di un vissuto di perdita o di fobia (relativa a situazioni sociali, paura di lasciare il proprio abitacolo o paura dei posti dal quale è impossibile fuggire).
Sebbene le conseguenze di una storia cronicizzata di attacchi di panico siano più o meno le stesse – evitamento di molti contesti, con estrema restrizione delle proprie abitudini, e del campo di azione e di relazione – le cause eziologiche possono essere diverse, a seconda della storia che ci porta il paziente. Attraverso l’intervento psicologico, la persona, motivata a stare meglio, trova le risorse al proprio interno per fronteggiare situazioni ad alto rischio di attacco di panico, in maniera più adattiva e funzionale. Con un trattamento di natura più introspettiva, e quindi più lungo, il soggetto co-costruisce insieme al terapeuta un diverso racconto della propria storia relazionale e familiare, che si arricchisce, così, di nuove considerazioni e riflessioni.
La depressione è una sindrome ciclica, nel senso che ha un inizio e una fine ma che può ritornare nonostante abbia una minore tendenza alla cronicizzazione, rispetto agli altri disturbi psichici; sotto forma di sintomo corollario, si presenta nei disturbi fobici, ansiosi, nei disturbi alimentari (soprattutto obesità), in diversi disturbi di personalità ed è un sintomo prodromico della psicosi. Le cause eziologiche di natura genetica e chimica non sono bastate per spiegare la depressione unipolare e gli altri analoghi(disturbo bipolare I e II), con grande fallimento della psichiatria biologica, molto in voga nella seconda metà degli anni Novanta.
La sovra-diagnosi della depressione ha incrementato l’uso di antidepressivi da parte dell’intera popolazione (anche quella infantile!) e quindi inevitabilmente veniamo etichettati depressi, anche per una normale, fisiologica tristezza conseguente a un lutto, a una perdita, a un tradimento, o a un cambiamento di status, sia in ambito lavorativo o sentimentale, per la quale sarebbe sufficiente un supporto psicologico, monitorante l’intensità e la permanenza dell’umore basso, e favorente la relativa elaborazione.
Alla base della dinamica scatenante la depressione, vi sarebbe un circuito circolare per cui rappresentazioni cognitive negative (su di sé, sugli altri etc.) e credenze irrazionali si alimenterebbero reciprocamente in una spirale sempre più fitta che si ripercuote negativamente nella vita relazionale del depresso; per porne fine, la persona arriva a provocare rotture relazionali, per le quali poi il paziente si trova irrimediabilmente solo. Dunque la solitudine diviene un triste bisogno “fisiologico” per il depresso, perché attua la sua rappresentazione di sé, come immeritevole di essere al centro degli affetti altrui. La ricostruzione terapeutica della propria storia restituisce al paziente un senso del proprio malessere, incanalando la sua dirompente aggressività nel tentare di cambiare il destino di continua lotta con gli altri, e soprattutto con sé stesso.
Le ossessioni sono delle idee intrusive di minaccia che, nonostante la loro improbabilità e inverosimilarità, preoccupano il soggetto a tal punto, che questo investe molte energie per prevenirle ed evitarle. I rituali comportamentali, le cosiddette compulsioni che conseguono all’attività ossessiva, in realtà, mantengono le convinzioni ansiogene, resistenti a critiche e a rassicurazioni.
Razionalmente, il soggetto riconosce l’assurdità delle sue ossessioni, ma nonostante ciò, si ostina a volerle controllare, facendo di tutto per prevenire l’incombente minaccia: anche ammalandosi, e confermare, così, suoi timori.
Alla base del disturbo, vi sarebbe un eccessivo senso di responsabilità, o comunque un conflitto tra moralità e immoralità. Tale conflitto intrapsichico del soggetto sarebbe rintracciabile anche nella trama narrativa delle famiglia di origine, solitamente caratterizzata dal giustapporsi del bene e del male. Il disturbo se non trattato invalida la sfera relazionale e sociale, oltre che a quella più personale e tende a cronicizzarsi. L’esordio è subdolo e più sfumato, rispetto a quello degli altri disturbi ansiosi, e nell’anamnesi terapeutica, è necessario rintracciare la fonte dell’aumentata responsabilità e colpa vissuta, per cui il paziente sente di perdere il controllo e di non essere più all’altezza dei suoi doveri.
Nell’intervento terapeutico, il focus verte sulle cognizioni ossessive, sui costi per controllarle, sui vantaggi/svantaggi del comportamento ritualistico, sulla prescrizione di compiti, riducenti l’attività ossessiva e ritualistica; inoltre, è necessario un lavoro più introspettivo, che ripercorre la biografia del paziente, a partire dall’educazione ricevuta, dalla peculiare relazione coi propri modelli di riferimento, e dalle dinamiche interne alla propria famiglia di origine, perché comprenda l’origine dei suoi conflitti interiori, delle sue rigidità comportamentali e cambi le proprie modalità relazionali inibitorie e dettate dal controllo.
La fobia è un sintomo ansioso di estrema paura illogica e incontrollabile che paralizza il soggetto in determinate situazioni, o in relazione a luoghi, mezzi di trasporto o verso cose, oggetti e animali. L’espressione fobica può raggiungere il culmine con l’attacco di panico e si manifesta attraverso il mero evitamento comportamentale che porta la persona che lo attua, lontano dalle situazioni, ritenute irrazionalmente pericolose e fonti potenziali di vergogna, inibizione e annullamento del Sé.
Tali sentimenti sono centrali nella fobia sociale, che può presentarsi in comorbilità con manifestazioni depressive, o in personalità con organizzazione evitante. L’agorafobia, invece, caratterizza maggiormente una personalità dipendente, timorosa o debole, la cui autostima è mortificata per l’eccessivo bisogno di sicurezza, ricercato in legami significativi esclusivi. La claustrofobia, invece, si presenta in persone così eccessivamente auto sufficienti e autonome,che il loro coinvolgimento emotivo in relazioni significative è avvertito come un limite al proprio funzionamento individuale.
Il nucleo patogenetico delle organizzazioni fobiche è che il loro bisogno di attaccamento è inconciliabile con la loro spinta all’autonomia. In sostanza, le personalità fobiche, investendo tutta la propria autostima esclusivamente nei valori della libertà e indipendenza,paradossalmente falliscono proprio in queste dimensioni, diventando così eccessivamente dipendenti o eccessivamente indipendenti dalle loro relazioni.
L’intervento psicologico si articola con la prescrizione di compiti comportamentali, atti a combattere i sintomi fobici, e con la ricerca dei motivi per cui si è strutturato un funzionamento fobico, setacciandola storia relazionale e familiare del paziente per svelare che valori, quali la libertà, l’indipendenza, e l’autonomia sono dimensioni storicamente pregne di significato simbolico per quella persona.
Anoressia, bulimia e obesità ne sono l’espressione più rappresentativa e solitamente tali problematiche iniziano già nella pre-adolescenza o adolescenza. Nonostante questi tre disturbi condividano dei meccanismi eziopatogenetici similari a livello relazionale-familiare, si declinano diversamente dal punto di vista sintomatologico, cognitivo,emotivo,eprognostico: l’anoressia comporta rispetto ad obesità e bulimia, un livello più elevato di rischio di morte del paziente. Per quanto riguarda il decorso, sono disturbi che tendono a cronicizzarsi, se non presi in tempo nel momento dell’esordio o addirittura se non vengono prevenuti con le prime avvisaglie. Qualora la situazione si aggravi, soprattutto per l’anoressia, il paziente deve essere seguito da un’equipe multidisciplinare (medici, psicologi etc.) per la sua presa in carico completa.
Tramite prescrizioni e compiti comportamentali, come la compilazione del diario alimentare, è possibile agire sul sintomo, ma qualora il paziente si trovi in età giovane, è auspicabile coinvolgere tutta la famiglia in un percorso per cui tutto il nucleo sistemico possa leggere il sintomo, anche in chiave relazionale. Le problematiche sono spesso connesse a configurazioni familiari, con un alto livello di invischiamento e un basso grado di differenziazione, per cui la definizione di un membro passa attraverso il giudizio di tutti gli altri, e l’amore intrafamiliare si esprime esclusivamente attraverso le conferme e si misura con successi o fallimenti.
E’ inevitabile che in un simile contesto, possano insorgere dei problemi di attaccamento, nonostante i genitori siano stati accudenti e, che l’infanzia dei futuri pazienti con disturbi alimentari non presenti grandi criticità. L’importanza di intervenire il prima possibile (dunque in un’età giovane del paziente), impedisce che le transazioni familiari improntate al controllo, alla volitività e alla determinazione (nel caso soprattutto delle anoressiche) possono stabilizzarsi come unico repertorio nella relazione fra genitori e figli.
- Ansia
- Attacchi di panico
- Depressione
- Disturbo ossessivo compulsivo
- Disturbi fobici
- Disturbi alimentari
La preoccupazione, espressa attraverso il corpo, il comportamento e il pensiero è stata fin da sempre, adattiva ai fini dell’evoluzione della specie umana. La paura del pericolo, e la percezione del rischio ci hanno permesso di sopravvivere di fronte a fenomeni naturali avversi e accidentali; l’accettazione dell’imprevedibilità e dell’incertezza, e l’impossibilità di tenere tutto sotto controllo fanno parte della vita di tutti i giorni, come lo stress, la cui tolleranza ci permette di portare a casa successi e di superare le normali prove della vita.
L’ansia ha una natura sia relazionale, nel senso che si alimenta e si trasmette tra le persone all’interno di un determinato contesto, e dipende da una valutazione cognitiva individuale nel senso che è la persona, in basa alla propria lettura del problema, a mettere in campo le proprie risorse, più o meno efficaci, per fronteggiarlo. L’ansia deriva da problematiche esterne o interiori, le quali talvolta non sono di veloce risoluzione.
Dunque è direttamente proporzionale alla valutazione della gravità dello stressor, a prescindere se sia interno o esterno. L’autoefficacia personale è protettiva di un’ansia eccessiva e controproducente, la quale diventando paura, ci può paralizzare fino all’evitamento del problema. La valutazione se evitare un problema oppure scegliere di fronteggiarlo è pane quotidiano per una persona adulta e responsabile,che per la propria esperienza, diviene sempre più capace di destreggiarsi fra plurimi ruoli e compiti, di gerarchia e priorità diversa. Negli adolescenti o giovani adulti, la capacità di valutazione realistica delle conseguenze della propria azione non è così sviluppata, per questo, è sano una certa dose d’insuccessi, in quanto ci fanno ripensare alle proprie modalità operative, correggendole e migliorandole.
Nelle personalità nevrotiche, l’ansia tende a stabilizzarsi come eccessiva e limitante, al punto che quella persona si sottrae a situazioni innocue o al minimo rischio, e accetta di vivere a un livello e a una velocità più basse, rinunciando a una vita che potrebbe essere maggiormente appagante e soddisfacente.
L’attacco di panico è un’improvvisa ansia fulminante, che travolge la persona sul piano fisiologico, comportamentale, cognitivo ed emotivo e che scaturisce e comporta una forte angoscia, sentita dal soggetto come imprevedibile e incontrollabile e per certi aspetti, addirittura ingiustificata e scollegata, da situazioni apparentemente innocue e prive di rischi.
E’ un sintomo, presente nelle manifestazioni depressive e in quelle di natura ansioso- fobica, e che può cronicizzarsi, diventando un vero e proprio disturbo da attacchi di panico. Gli attacchi di panico si presentano in forti crisi esistenziali, o adolescenziali e di forte stress, che il soggetto può subire senza la consapevolezza del perché si sta male. Pertanto, lo psicologo aiuta la persona a contestualizzare il sintomo, ad attribuirne un senso, elaborandone cause ed implicazioni. Individuare le circostanze dell’esordio del primo attacco di panico è utile per chiarire quali sono stati i fattori insorgenti e scatenanti, per capire se sono un corollario di un vissuto di perdita o di fobia (relativa a situazioni sociali, paura di lasciare il proprio abitacolo o paura dei posti dal quale è impossibile fuggire).
Sebbene le conseguenze di una storia cronicizzata di attacchi di panico siano più o meno le stesse - evitamento di molti contesti, con estrema restrizione delle proprie abitudini, e del campo di azione e di relazione – le cause eziologiche possono essere diverse, a seconda della storia che ci porta il paziente. Attraverso l’intervento psicologico, la persona, motivata a stare meglio, trova le risorse al proprio interno per fronteggiare situazioni ad alto rischio di attacco di panico, in maniera più adattiva e funzionale. Con un trattamento di natura più introspettiva, e quindi più lungo, il soggetto co-costruisce insieme al terapeuta un diverso racconto della propria storia relazionale e familiare, che si arricchisce, così, di nuove considerazioni e riflessioni.
La depressione è una sindrome ciclica, nel senso che ha un inizio e una fine ma che può ritornare nonostante abbia una minore tendenza alla cronicizzazione, rispetto agli altri disturbi psichici; sotto forma di sintomo corollario, si presenta nei disturbi fobici, ansiosi, nei disturbi alimentari (soprattutto obesità), in diversi disturbi di personalità ed è un sintomo prodromico della psicosi. Le cause eziologiche di natura genetica e chimica non sono bastate per spiegare la depressione unipolare e gli altri analoghi(disturbo bipolare I e II), con grande fallimento della psichiatria biologica, molto in voga nella seconda metà degli anni Novanta.
La sovra-diagnosi della depressione ha incrementato l’uso di antidepressivi da parte dell’intera popolazione (anche quella infantile!) e quindi inevitabilmente veniamo etichettati depressi, anche per una normale, fisiologica tristezza conseguente a un lutto, a una perdita, a un tradimento, o a un cambiamento di status, sia in ambito lavorativo o sentimentale, per la quale sarebbe sufficiente un supporto psicologico, monitorante l’intensità e la permanenza dell’umore basso, e favorente la relativa elaborazione.
Alla base della dinamica scatenante la depressione, vi sarebbe un circuito circolare per cui rappresentazioni cognitive negative (su di sé, sugli altri etc.) e credenze irrazionali si alimenterebbero reciprocamente in una spirale sempre più fitta che si ripercuote negativamente nella vita relazionale del depresso; per porne fine, la persona arriva a provocare rotture relazionali, per le quali poi il paziente si trova irrimediabilmente solo. Dunque la solitudine diviene un triste bisogno “fisiologico” per il depresso, perché attua la sua rappresentazione di sé, come immeritevole di essere al centro degli affetti altrui. La ricostruzione terapeutica della propria storia restituisce al paziente un senso del proprio malessere, incanalando la sua dirompente aggressività nel tentare di cambiare il destino di continua lotta con gli altri, e soprattutto con sé stesso.
Le ossessioni sono delle idee intrusive di minaccia che, nonostante la loro improbabilità e inverosimilarità, preoccupano il soggetto a tal punto, che questo investe molte energie per prevenirle ed evitarle. I rituali comportamentali, le cosiddette compulsioni che conseguono all’attività ossessiva, in realtà, mantengono le convinzioni ansiogene, resistenti a critiche e a rassicurazioni.
Razionalmente, il soggetto riconosce l’assurdità delle sue ossessioni, ma nonostante ciò, si ostina a volerle controllare, facendo di tutto per prevenire l’incombente minaccia: anche ammalandosi, e confermare, così, suoi timori.
Alla base del disturbo, vi sarebbe un eccessivo senso di responsabilità, o comunque un conflitto tra moralità e immoralità. Tale conflitto intrapsichico del soggetto sarebbe rintracciabile anche nella trama narrativa delle famiglia di origine, solitamente caratterizzata dal giustapporsi del bene e del male. Il disturbo se non trattato invalida la sfera relazionale e sociale, oltre che a quella più personale e tende a cronicizzarsi. L’esordio è subdolo e più sfumato, rispetto a quello degli altri disturbi ansiosi, e nell’anamnesi terapeutica, è necessario rintracciare la fonte dell’aumentata responsabilità e colpa vissuta, per cui il paziente sente di perdere il controllo e di non essere più all’altezza dei suoi doveri.
Nell’intervento terapeutico, il focus verte sulle cognizioni ossessive, sui costi per controllarle, sui vantaggi/svantaggi del comportamento ritualistico, sulla prescrizione di compiti, riducenti l’attività ossessiva e ritualistica; inoltre, è necessario un lavoro più introspettivo, che ripercorre la biografia del paziente, a partire dall’educazione ricevuta, dalla peculiare relazione coi propri modelli di riferimento, e dalle dinamiche interne alla propria famiglia di origine, perché comprenda l’origine dei suoi conflitti interiori, delle sue rigidità comportamentali e cambi le proprie modalità relazionali inibitorie e dettate dal controllo.
La fobia è un sintomo ansioso di estrema paura illogica e incontrollabile che paralizza il soggetto in determinate situazioni, o in relazione a luoghi, mezzi di trasporto o verso cose, oggetti e animali. L’espressione fobica può raggiungere il culmine con l’attacco di panico e si manifesta attraverso il mero evitamento comportamentale che porta la persona che lo attua, lontano dalle situazioni, ritenute irrazionalmente pericolose e fonti potenziali di vergogna, inibizione e annullamento del Sé.
Tali sentimenti sono centrali nella fobia sociale, che può presentarsi in comorbilità con manifestazioni depressive, o in personalità con organizzazione evitante. L’agorafobia, invece, caratterizza maggiormente una personalità dipendente, timorosa o debole, la cui autostima è mortificata per l’eccessivo bisogno di sicurezza, ricercato in legami significativi esclusivi. La claustrofobia, invece, si presenta in persone così eccessivamente auto sufficienti e autonome,che il loro coinvolgimento emotivo in relazioni significative è avvertito come un limite al proprio funzionamento individuale.
Il nucleo patogenetico delle organizzazioni fobiche è che il loro bisogno di attaccamento è inconciliabile con la loro spinta all’autonomia. In sostanza, le personalità fobiche, investendo tutta la propria autostima esclusivamente nei valori della libertà e indipendenza,paradossalmente falliscono proprio in queste dimensioni, diventando così eccessivamente dipendenti o eccessivamente indipendenti dalle loro relazioni.
L’intervento psicologico si articola con la prescrizione di compiti comportamentali, atti a combattere i sintomi fobici, e con la ricerca dei motivi per cui si è strutturato un funzionamento fobico, setacciandola storia relazionale e familiare del paziente per svelare che valori, quali la libertà, l’indipendenza, e l’autonomia sono dimensioni storicamente pregne di significato simbolico per quella persona.
Anoressia, bulimia e obesità ne sono l’espressione più rappresentativa e solitamente tali problematiche iniziano già nella pre-adolescenza o adolescenza. Nonostante questi tre disturbi condividano dei meccanismi eziopatogenetici similari a livello relazionale-familiare, si declinano diversamente dal punto di vista sintomatologico, cognitivo,emotivo,eprognostico: l’anoressia comporta rispetto ad obesità e bulimia, un livello più elevato di rischio di morte del paziente. Per quanto riguarda il decorso, sono disturbi che tendono a cronicizzarsi, se non presi in tempo nel momento dell’esordio o addirittura se non vengono prevenuti con le prime avvisaglie. Qualora la situazione si aggravi, soprattutto per l’anoressia, il paziente deve essere seguito da un’equipe multidisciplinare (medici, psicologi etc.) per la sua presa in carico completa.
Tramite prescrizioni e compiti comportamentali, come la compilazione del diario alimentare, è possibile agire sul sintomo, ma qualora il paziente si trovi in età giovane, è auspicabile coinvolgere tutta la famiglia in un percorso per cui tutto il nucleo sistemico possa leggere il sintomo, anche in chiave relazionale. Le problematiche sono spesso connesse a configurazioni familiari, con un alto livello di invischiamento e un basso grado di differenziazione, per cui la definizione di un membro passa attraverso il giudizio di tutti gli altri, e l’amore intrafamiliare si esprime esclusivamente attraverso le conferme e si misura con successi o fallimenti.
E’ inevitabile che in un simile contesto, possano insorgere dei problemi di attaccamento, nonostante i genitori siano stati accudenti e, che l’infanzia dei futuri pazienti con disturbi alimentari non presenti grandi criticità. L’importanza di intervenire il prima possibile (dunque in un’età giovane del paziente), impedisce che le transazioni familiari improntate al controllo, alla volitività e alla determinazione (nel caso soprattutto delle anoressiche) possono stabilizzarsi come unico repertorio nella relazione fra genitori e figli.