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Il mio approccio
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Il mio approccio
La complessità dell’uomo, la cui identità si modella e si cimenta attraverso la storia di relazioni che lo hanno reso adulto, non trova spiegazione in modelli causali lineari. La dinamica di un disturbo o sintomo psicologico, o di un comportamento disfunzionale, ha una natura circolare e sistemica.
Quindi se un modello causale lineare, come l’approccio strettamente psicoanalista o comportamentista, si focalizza sul paziente, sulle sue dinamiche intrapsichiche o sui suoi rinforzi, la psicologia sistemico-relazionale va oltre, calando la persona in quella trama di relazioni, dove si è originato e mantenuto il problema, fino a diventare disturbo psicologico. La psicologia sistemico-relazionale analizza il comportamento e il funzionamento psicologico dell’individuo, attraverso le dinamiche relazionali tra i membri di un sistema e si interroga in quale misura le transazioni interpersonali che avvengono all’interno del sistema influenzano il paziente stesso. Certi tipi di sistemi sono strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di disagi psicologici dei membri, tant’è che il sintomo contribuisce all’omeostasi sistemica e alla resistenza al cambiamento.
La psicologia relazionale si sviluppa come approccio terapeutico alla fine degli anni ’60 negli Usa, per ampliare l’orizzonte oltre i dettami psicoanalitici, e inglobare nella patologia, anche il sistema familiare, dove il cosiddetto “paziente designato”, colui che soffriva di un disturbo psicologico, era il capro espiatorio per coprire la disfunzionalità familiare. Si tratta, quindi, di un modello che per le sue peculiarità, è funzionale in contesti non soltanto terapeutici, ma anche organizzativi e strutturati, come la scuola e l’azienda, dove ci sia una missione, un organigramma e una gerarchia di ruoli e funzioni.
Lo sviluppo evolutivo del minore è un processo continuo e circolare il cui contributo è dato dal suo temperamento e dalle relazioni significative, in cui è immerso, fin dal concepimento.
Si sviluppa secondo i meccanismi di assimilazione e accomodamento, attraversando momenti di crisi,stallo o addirittura di regressione. Quando subentra una problematica che fa rallentare la crescita, questa è messa in evidenza dai suoi principali contesti educativi: la scuola e la famiglia, il cui dialogo di confronto e la fiducia reciproci sono dei presupposti fondamentali per il benessere globale del piccol*. Si tratta di un processo la cui evoluzione segue criteri soggettivi e individuali, per cui la crescita di un bambino segue i propri ritmi e tempi che devono essere rispettati, tollerando possibili ritardi e rallentamenti, che diventano importanti per la clinica, qualora compromettano seriamente il suo rendimento scolastico e il suo inserimento in contesti di socialità.
Il problema presentato da un bambino è del sistema cui lui appartiene, pertanto solitamente il disagio espresso nella famiglia o nella scuola (o in entrambi e altri contesti), riflette una difficoltà portata anche dal sistema. Per questo, la presa in carico clinica del piccolo non è mai sganciata dal proprio ambiente soprattutto famigliare, che è chiamato responsabilmente a coinvolgersi nell’intervento clinico, nella consapevolezza che le cause eziologiche dei disturbi psicologici non sono mai a un’unica via e non trovano ragione di essere con spiegazioni deterministiche e lineari. Tentare la strada più lunga e faticosa, talvolta, evita la scelta di soluzioni veloci e di facile fruizione, come la cura farmacologica, i cui effetti iatrogeni, oltre a essere evidenti sul piano fisico, si ripercuotano nella crescita psicologica del minore, che ha come fine ideale e inesauribile, la costruzione di una solida personalità adulta.
L’invecchiamento non è un fenomeno strettamente biologico e scientificamente rilevabile, come è la menopausa, ma complesso e multifattoriale. A determinare il processo d’invecchiamento, vi sono diversi fattori interdipendenti: genetico, educativo e culturale, economico, sanitario, psicologico e relazionale. L’ingresso subdolo e sfumato in questo periodo di vita è attribuibile, non soltanto al passare degli anni, ma all’intrecciarsi di eventi organici e psico-ambientali che contrassegnano l’evolversi della vita di una persona e il suo adattamento. Quindi malattie (anche quelle superate) congiunte alle esperienze individuali, ai personali stili di vita, e alle condotte comportamentali, caratterizzanti una vita intera influenzano il processo d’invecchiamento, che differisce da individuo a individuo.
Sul piano cognitivo, la senescenza è caratterizzata da un impoverimento del pensiero astratto, quindi della velocità con cui si organizzano e si strutturano i concetti e da una maggior rigidità nell’impiego di strategie consolidate, dovuta al deterioramento della memoria operativa e a breve termine. Sul piano emotivo-relazionale, l’individuo è chiamato a vivere e a fronteggiare diverse perdite, dovute a cambiamenti inevitabili e irreversibili, come il pensionamento, il declino fisico con le conseguenti implicazioni: da una parte vi è una perdita di status socio-economico, dall’altra la percezione di non essere più giovane, che comportano, entrambe, la restrizione di attività, abitudini, ruoli e infine, di relazioni. Le perdite delle persone care, amici e familiari come il coniuge, accadono con più probabilità nell’età senile,e questo può determinare un notevole abbassamento dell’umore, che si riversa negativamente sullo stato di salute.
Alla luce degli stravolgimenti sul piano fisico, cognitivo, emotivo e sociale della persona anziana, è opportuno valutare l’intensità e l’ampiezza dei cambiamenti, nel delicato passaggio dall’età adulta a quella senile, e le capacità residue di adattamento, monitorando le possibile flessioni dell’umore, la cui diagnosi differenziale richiede il coinvolgimento delle diverse professionalità sanitarie.
- La mia lente teorica: la psicologia sistemico relazionale
- Psicologia dell’età evolutiva
- Psicologia della terza età
La complessità dell’uomo, la cui identità si modella e si cimenta attraverso la storia di relazioni che lo hanno reso adulto, non trova spiegazione in modelli causali lineari. La dinamica di un disturbo o sintomo psicologico, o di un comportamento disfunzionale, ha una natura circolare e sistemica.
Quindi se un modello causale lineare, come l’approccio strettamente psicoanalista o comportamentista, si focalizza sul paziente, sulle sue dinamiche intrapsichiche o sui suoi rinforzi, la psicologia sistemico-relazionale va oltre, calando la persona in quella trama di relazioni, dove si è originato e mantenuto il problema, fino a diventare disturbo psicologico. La psicologia sistemico-relazionale analizza il comportamento e il funzionamento psicologico dell’individuo, attraverso le dinamiche relazionali tra i membri di un sistema e si interroga in quale misura le transazioni interpersonali che avvengono all’interno del sistema influenzano il paziente stesso. Certi tipi di sistemi sono strettamente correlati allo sviluppo e al mantenimento di disagi psicologici dei membri, tant’è che il sintomo contribuisce all’omeostasi sistemica e alla resistenza al cambiamento.
La psicologia relazionale si sviluppa come approccio terapeutico alla fine degli anni ’60 negli Usa, per ampliare l’orizzonte oltre i dettami psicoanalitici, e inglobare nella patologia, anche il sistema familiare, dove il cosiddetto “paziente designato”, colui che soffriva di un disturbo psicologico, era il capro espiatorio per coprire la disfunzionalità familiare. Si tratta, quindi, di un modello che per le sue peculiarità, è funzionale in contesti non soltanto terapeutici, ma anche organizzativi e strutturati, come la scuola e l’azienda, dove ci sia una missione, un organigramma e una gerarchia di ruoli e funzioni.
Lo sviluppo evolutivo del minore è un processo continuo e circolare il cui contributo è dato dal suo temperamento e dalle relazioni significative, in cui è immerso, fin dal concepimento.
Si sviluppa secondo i meccanismi di assimilazione e accomodamento, attraversando momenti di crisi,stallo o addirittura di regressione. Quando subentra una problematica che fa rallentare la crescita, questa è messa in evidenza dai suoi principali contesti educativi: la scuola e la famiglia, il cui dialogo di confronto e la fiducia reciproci sono dei presupposti fondamentali per il benessere globale del piccol*. Si tratta di un processo la cui evoluzione segue criteri soggettivi e individuali, per cui la crescita di un bambino segue i propri ritmi e tempi che devono essere rispettati, tollerando possibili ritardi e rallentamenti, che diventano importanti per la clinica, qualora compromettano seriamente il suo rendimento scolastico e il suo inserimento in contesti di socialità.
Il problema presentato da un bambino è del sistema cui lui appartiene, pertanto solitamente il disagio espresso nella famiglia o nella scuola (o in entrambi e altri contesti), riflette una difficoltà portata anche dal sistema. Per questo, la presa incarico clinica del piccolo non è mai sganciata dal proprio ambiente soprattutto famigliare, che è chiamato responsabilmente a coinvolgersi nell’intervento clinico, nella consapevolezza che le cause eziologiche dei disturbi psicologici non sono mai a un'unica via e non trovano ragione di essere con spiegazioni deterministiche e lineari. Tentare la strada più lunga e faticosa, talvolta, evita la scelta di soluzioni veloci e di facile fruizione, come la cura farmacologica, i cui effetti iatrogeni, oltre a essere evidenti sul piano fisico, si ripercuotano nella crescita psicologica del minore, che ha come fine ideale e inesauribile, la costruzione di una solida personalità adulta.
L’invecchiamento non è un fenomeno strettamente biologico e scientificamente rilevabile, come è la menopausa, ma complesso e multifattoriale. A determinare il processo d’invecchiamento, vi sono diversi fattori interdipendenti: genetico, educativo e culturale, economico, sanitario, psicologico e relazionale. L’ingresso subdolo e sfumato in questo periodo di vita è attribuibile, non soltanto al passare degli anni, ma all’intrecciarsi di eventi organici e psico-ambientali che contrassegnano l’evolversi della vita di una persona e il suo adattamento. Quindi malattie (anche quelle superate) congiunte alle esperienze individuali, ai personali stili di vita, e alle condotte comportamentali, caratterizzanti una vita intera influenzano il processo d’invecchiamento, che differisce da individuo a individuo.
Sul piano cognitivo, la senescenza è caratterizzata da un impoverimento del pensiero astratto, quindi della velocità con cui si organizzano e si strutturano i concetti e da una maggior rigidità nell’impiego di strategie consolidate, dovuta al deterioramento della memoria operativa e a breve termine. Sul piano emotivo-relazionale, l’individuo è chiamato a vivere e a fronteggiare diverse perdite, dovute a cambiamenti inevitabili e irreversibili, come il pensionamento, il declino fisico con le conseguenti implicazioni: da una parte vi è una perdita di status socio-economico, dall’altra la percezione di non essere più giovane, che comportano, entrambe, la restrizione di attività, abitudini, ruoli e infine, di relazioni. Le perdite delle persone care, amici e familiari come il coniuge, accadono con più probabilità nell’età senile,e questo può determinare un notevole abbassamento dell’umore, che si riversa negativamente sullo stato di salute.
Alla luce degli stravolgimenti sul piano fisico, cognitivo, emotivo e sociale della persona anziana, è opportuno valutare l’intensità e l’ampiezza dei cambiamenti, nel delicato passaggio dall’età adulta a quella senile, e le capacità residue di adattamento, monitorando le possibile flessioni dell’umore, la cui diagnosi differenziale richiede il coinvolgimento delle diverse professionalità sanitarie.